Ieri ero a Roma per assistere all’intervento del premier Conte al Senato. La mia estrazione personale non è quella politica, vengo dal mondo dell’impresa dove le regole sono evidentemente diverse. Gli onori e gli oneri sono del vertice, del presidente, che spesso condivide i successi con i suoi collaboratori ma che mai si sognerebbe di attribuire un insuccesso ad un suo dirigente. Ieri Conte in mezzo ad una crisi di governo che era suo compito riuscire ad evitare, ha predicato il verbo del richiamo ai valori istituzionali che lui stesso non è stato in grado di far osservare ai propri vicepremier, ai propri ministri. Ha cercato di sfuggire dalle proprie responsabilità tentando di riciclarsi come navigato statista, buono per tutte le stagioni, dicendo una marea di cose ovvie..
Non si è risparmiato nel bacchettare da professore quale è lo studente indisciplinato
a destra (Salvini) ed il raccomandato impreparato di sinistra (Di Maio). Ha mostrato coraggio soltanto quando non ce n’era più bisogno. Ho trovato i toni troppo forti e rancorosi per un uomo delle istituzioni, un discorso politico che tendeva a demolire Salvini per eroderne il consenso ed a sterilizzare Di Maio per candidarsi alla leadership del M5S ed avere un nuovo incarico, come premier, nel prossimo governo. Insomma il governo Gialloverde, di cui ieri è andato in scena l’ultimo atto, ha dimostrato di essere il governo della propaganda e del fallimento ed il premier Conte ne è stato il principale protagonista.